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7' di lettura

I casi di Covid-19 nel mondo sono oltre 55,7 milioni mentre i decessi confermati sono 1.340.900 dall’inizio della pandemia. E anche in Italia i contagi continuano a aumentare senza sosta: l’ultimo bilancio, relativo al 18 novembre, è di 34.283 nuovi casi e 753 morti.

Ci troviamo di fronte a numeri spaventosi che posizionano l'Italia al terzo posto nel mondo con il più alto indice di letalità, ovvero con il più alto numero di persone morte di Covid-19 ogni 100 casi scoperti.

Infatti, secondo lo studio della Johns Hopkins, l'Italia ha un indice di letalità pari a 3,8%, poco sopra la Regno Unito che registra un valore del 3,7%. Messico e Iran si posizionano rispettivamente al primo al secondo posto con un indice di letalità pari a 9,8% e 5,4%.

Nonostante questa sia solo una fotografia statistica che non tiene conto delle peculiarità di ogni Paese, come ad esempio il numero di test eseguiti o la trasparenza del sistema sanitario,  gli scienziati dello studio della Johns Hopkins hanno individuato alcuni motivi che spiegherebbero perché solo  alcune zone del mondo hanno sofferto un così alto livello di letalità. In particolare, nel caso italiano, uno dei motivi è il tasso di anzianità della popolazione che in Italia è il più alto al mondo e un secondo motivo è legato all’efficacia del sistema sanitario.

Vi sono però anche altre spiegazioni al momento non generalizzabili in quanto vi sono dei casi particolari che sembrano discostarsi da regole fisse, come ad esempio la Repubblica Ceca che, nonostante sia uno dei paesi più colpiti, registra un tasso di mortalità più basso. 

>> Segui questo link per approfondire i risultati dello studio condotto dalla Johns Hopkins riportato nell’articolo del Corriere della sera “Covid, Italia terza al mondo per letalità: 4 morti ogni 100 casi”

 

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Andiamo allora ad analizzare più nel dettaglio cosa sta accadendo nel mondo e cerchiamo di capire come sta evolvendo la situazione nel nostro Paese


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In Italia: tra screening di massa in Alto Adige e le difficoltà della Campania 

 

Secondo i dati del 17 novembre, i morti in Italia sono stati 731 un numero molto elevato che ci riporta al mese di aprile.

La Lombardia segna il maggior numero di decessi: in un giorno si è passati da 99 casi a 202. Seguono poi il Veneto con 100 vittime, il Piemonte con 73 e il Lazio che conta 52 morti.

Anche il numero di casi positivi non sembra voler diminuire: i contagiati di un giorno sono 32.191.

Importante è che il rapporto tamponi-positivi è sceso al 15,4% ovvero, se fino a lunedì 16 novembre in media ogni 100 tamponi fatti, 18 erano positivi, ora il numero di positivi è pari a 15. Si tratta però di una media nazionale, infatti in Lombardia il rapporto tamponi-positivi continua ad essere stabile al 22%.

Ciò che spaventa di più sono però il numero di ricoveri e decessi, valori che risultano essere particolarmente critici e che sono diretta conseguenza dei casi accumulatisi nel mese precedente.

Secondo i dati dell’Agenzia per i servizi sanitari regionali (Agenas), aggiornati al 17 novembre, a livello nazionale il 42% dei posti in terapia intensiva è occupato da pazienti Covid e la soglia critica del 30%, indicata dal decreto del Ministro della Salute del 30 aprile 2020, è superata in 17 regioni e province autonome su 21. Ad essere più in difficoltà sono la Lombardia (64%), il Piemonte (61%), la P.A. Bolzano (57%) e l’Umbria (50%).

Per quanto riguarda i posti nei reparti di medicina di area non critica, quelli occupati da pazienti Covid sono il 51% a livello nazionale. La soglia critica del 40% risulta superata in 15 regioni, in particolare dalla P.A Bolzano (95%), Piemonte (92%), Valle d’Aosta (73%) e Liguria (74%).

 

#Insieme contro il Coronavirus

 

Come si può notare la P.A. Bolzano risulta essere particolarmente segnata da questa nuova ondata. Si registrano infatti 1240,04 casi ogni 100mila abitanti, incidenza più alta rispetto alle altre regioni italiane della zona rossa.

Ed è proprio a fronte di questi numeri allarmanti che la Provincia di Bolzano ha deciso di lanciare uno screening di massa per arginare i contagi, individuando e isolando le persone positive asintomatiche. Grazie al coinvolgimento della Protezione civile, Croce Bianca e Croce Rossa, di pompieri volontari e personale amministrativo si procederà con tamponi a tappeto concentrati in tre giorni e su 350 mila abitanti. Inoltre, sono stati previsti 184 siti di test distribuiti sul territorio provinciale con l’impiego di oltre 1400 operatori e operatrici per la somministrazione dei test.

 

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Il Piemonte invece guarda con speranza all’andamento della curva dei contagi. Ci sono infatti le premesse per poter passare nella zona arancione in quanto l’indice Rt è passato nelle ultime settimane da 2,16 a 1,37, il tempo di raddoppio del contagio da 6 a 10 giorni, e l’incremento dei ricoveri ordinari da 217 a 60.

Al contempo però non mancano le preoccupazioni del Presidente della regione per il periodo di Natale:

 

La mia paura è quella del Natale. Noi vogliamo vivere un Natale normale, ma, se immaginiamo di farlo come qualcuno ha vissuto le settimane dell’estate, a gennaio o febbraio ritorneremo in questa situazione e non possiamo permettercelo

Alberto Cirio, Presidente del Piemonte

 

>> Qui puoi trovare l’intervista completa a cura di Corriere Torino

 

Anche in Lombardia la curva dei contagi suggerisce una leggera discesa che potrebbe portare la regione in zona arancione.

Il report di martedì 17 novembre fornito dalla Regione registra 38.283 tamponi effettuati mentre la provincia di Milano resta la più colpita, con 2.356 casi di Covid.

Il 16 novembre risultavano 324.908 casi positivi segnalati e l’aumento sul giorno precedente era stato di 8.060. Al 17 novembre il numero delle persone decedute ammontava a 202 mentre i ricoveri negli ospedali sono stati 250 e in terapia intensiva 39.

Secondo il Presidente Attilio Fontana stiamo assistendo ai risultati dell’ordinanza del 22 ottobre ma dichiara che sia meglio un po’ di cautela per non dover rivivere una nuova ripartenza del virus.

 

Siamo arrivati in cima al plateau, camminiamo in pianura e adesso inizierà la discesa

Attilio Fontana, Presidente della Regione Lombardia

 

Infine, passiamo a parlare della Campania, la terza regione più colpita dopo Lombardia e Liguria.
A Napoli i nuovi casi positivi registrati al 18 novembre sono 3.657, di cui 3.227 asintomatici, su 23.479 tamponi eseguiti. La percentuale dei contagi sui test scende al 15,5%, valore in calo rispetto agli ultimi due giorni (16,2 e 18,6), e i nuovi guariti risultano essere 1.169.

Inoltre, su base regionale, l'Unità di crisi segnala che sono occupati 200 posti letto di terapia intensiva sui 656 disponibili; quelli di degenza Covid occupati sono 2.259, su un totale di 3.160 a disposizione.

Rimane forte la preoccupazione del sindaco De Magistris che evidenzia una situazione molto grave nell’ultimo mese non solo a livello sanitario, a causa della forte pressione sugli ospedali, ma anche a livello economico-sociale che ha portato a manifestazioni pubbliche molto violente.

De Magistris sottolinea come sia necessario, in un contesto così difficile, prendere in considerazione queste ultime criticità che, secondo il governatore, sono state sottovalutate dal Governo.

 

Napoli può essere una polveriera, o si comprende questo dato oppure si rischia verso giornate difficilissime sul piano sociale ed economico

Luigi de Magistris, sindaco di Napoli

 

>> Qui puoi trovare un articolo del Sole24Ore riguardo alle proteste contro il lockdown in Campania

 

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Medici di base sempre più preoccupati chiedono il potenziamento della rete territoriale 

 

Dopo 9 mesi dal primo caso da Covid-19 la medicina territoriale si trova ancora in affanno e i medici arrivano stremati a fine giornata assediati da pazienti preoccupati che ricercano aiuto e supporto.

A denunciare questo stato sono i medici di famiglia delle sigle sindacali che chiedono il potenziamento della rete territoriale.

 

I medici sono sottoposti a turni di lavoro massacranti anche a causa dei colleghi malati di Covid. Sono, infatti, più di 20mila gli operatori sanitari (tra ospedalieri, MMG e infermieri) infettati da settembre a oggi, tra cui i medici di medicina generale, (lasciati spesso senza protezioni) con gli ambulatori scoperti per i quali a volte non si riesce a trovare sostituti; chi rimane deve svolgere il lavoro anche per altri

Medici di famiglia rappresentati dalle diverse sigle sindacali

 

Il problema nasce da un difetto strutturale: il medico di famiglia dovrebbe essere supportato dall’azienda sanitaria per la messa in quarantena e il monitoraggio a domicilio dei pazienti, ma in molte regioni è lasciato solo a gestire un numero di malati troppo elevato. Solo chi può contare su un segretario o un infermiere a supporto riesce a gestire il sovraccarico di lavoro.

 

Ma ancora più grave è che ancora non esiste un protocollo unico e nazionale per la gestione dei positivi al Covid-19 a domicilio e per questo motivo, finora, i medici di famiglia hanno dovuto contare sulla loro esperienza navigando in un caos di documenti e protocolli.

A questa situazione sembra però venire incontro il presidente del Consiglio superiore di sanità Franco Locatelli che, il 10 novembre scorso, ha annunciato che, su richiesta del ministro della Salute, arriverà un documento guida per i medici di famiglia con indicazioni sui farmaci da prescrivere per le cure a casa.

 

 

Ma cosa sta succedendo negli altri Paesi??

>> Per avere un quadro completo sulla diffusione dei contagi nel mondo puoi scaricare il rapporto settimanale pubblicato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità

 

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Un'America divisa affronta una nuova fase  

L’America, divisa da controversie politiche, ha visto la popolazione spaccata di due anche sul fronte della gestione della pandemia. Molti cittadini si dimostrano ancora scettici di fronte all'avanzare del coronavirus e alcuni, anche in punto di morte, si dimostrano fermamente convinti che non si tratta di Covid-19 ma di qualche altra malattia.

Ma oggi, la situazione sembra stia cambiando: se da una parte questo cambiamento è segnato da un nuovo orientamento politico, dall’altra l’evoluzione dell’epidemia, che sta mettendo in crisi anche quei Paesi finora marginalmente colpiti, sta accrescendo le paure della popolazione.

La diffusione del contagio sta cambiando innanzitutto la “geografia dell’allarme”. Agli inizi l’emergenza sanitaria aveva colpito soprattutto New York e altre metropoli come Los Angeles e Houston ma durante l’estate ha colpito altre aree: dall’Arizona alla Florida, le zone più rurali e dei piccoli centri urbani, il Midwest, le Grandi pianure e le Montagne Rocciose.

Le zone rurali e le città con 250 mila abitanti sono quelle con un numero di malati (60 su 100 mila abitanti) quasi doppio rispetto ai contagiati delle grandi città.

Ad allarmare sono anche i numeri del contagio soprattutto nelle zone del Nord e Sud Dakota, dove si registrano rispettivamente 176,7 e 160,9 casi ogni 100 mila abitanti, ma anche in Iowa con 134,4 casi ogni 100 mila abitanti.

Tale aumento di casi sta portando molti ospedali ai limiti del collasso soprattutto in quelle regioni dove vi sono pochi ospedali e in molti casi non sono neanche adeguatamente attrezzati sia a livello di strumenti che di personale. Di conseguenza alcuni centri hanno dovuto dichiarare che, se i contagi continueranno ad aumentare, saranno costretti a razionare le cure mediche e quindi abbandonare i pazienti più gravi.

A fronte di questa situazione assolutamente drammatica, le autorità stanno cercando di assorbire l’ondata dei ricoveri trasferendo i pazienti con condizioni gravi in ospedali delle grandi città meglio attrezzati e con maggiore capienza.

 

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Giappone e Core del sud, due Paesi con il minor numero di casi

Se a livello mondiale molti Paesi stanno ancora combattendo duramente contro l’avanzata del coronavirus, il Giappone, dall’inizio della pandemia, ha contato 119 mila casi di coronavirus e 1.874 decessi, numeri che molte nazioni europee macinano in pochi giorni. Tutto ciò senza alcuna regola coercitiva per limitare la diffusione del virus ma semplicemente chiedendo ai cittadini di rispettare le norme igienico-sanitarie e chiudendo i luoghi pubblici a maggior rischio con grande anticipo, scuole incluse.

Approccio completamente diverso è quello della Corea del Sud che invece ha affrontato la guerra contro il virus imponendo ai cittadini rigide limitazioni alla libertà personale e avviando una campagna capillare di test.

Parte del successo del modello nipponico sta proprio nell'aver ridotto subito al minimo le possibilità di assembramenti: le scuole sono state chiuse agli inizi di marzo e già a febbraio, quando il picco era ancora lontano, c'era stata la serrata di musei, teatri, parchi a tema e stadi.

Inoltre, già a fine maggio i giapponesi erano potuti tornare a cenare fuori ma questo perché molte delle norme igenico-sanitarie necessarie a limitare i contagi erano già parte del modus vivendi nipponico: per un giapponese indossare una mascherina era già un'abitudine normale d'inverno, per proteggersi dall'influenza, e in primavera, per combattere le allergie stagionali. Ma anche l'abitudine di salutarsi chinando il capo invece che stringendosi la mano o abbracciandosi, il togliersi le scarpe all'ingresso delle abitazioni e un'igiene personale rigorosa sono stati altri fattori che hanno contribuito ad abbattere in fretta la curva.

 

Non credo che il calo del numero delle infezioni sia dipeso dalle politiche del governo, credo che in Giappone si stia andando bene grazie a fattori che non possono essere misurati, come le abitudini di tutti i giorni e il comportamento dei giapponesi

Ryuji Koike,il vicedirettore dell'ospedale dell'Università di Tokyo

 

Negli ultimi giorni però stanno iniziando ad aumentare i nuovi casi di Covid-19 registrati in Corea del Sud: sono 313 quelli individuati nella giornata del 17 novembre, dato più alto dallo scorso agosto.

Inoltre, vi sono nuovi casi anche in Giappone, dove già da una settimana si ipotizza l’arrivo di una terza ondata. Secondo l’ultimo bollettino sanitario del 17 novembre, sono 1699 i nuovi casi in tutto il Paese, con 6 delle 47 prefetture del paese che hanno registrato aumenti record. Si tratta di Ibaraki, Niigata, Nagano, Kyoto, Hyogo e Oita che si aggiungono a Tokyo, Osaka e Hokkaido tra le zone a più alto tasso di crescita delle infezioni.

L’andamento della curva dei contagi nella capitale suscita particolare preoccupazione: i nuovi casi registrati a Tokyo nelle ultime 24 ore hanno raggiunto il record di 493, il numero più alto dal 1 agosto. Le autorità locali stanno valutando se alzare il livello di allerta al quarto, il più alto, e quindi inasprire le misure anti-Covid.

>> Per conoscere la situazione Covid-19 nella Regione del Pacifico occidentale segui il link

 

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