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Come ogni anno a partire dal 1987, lo scorso 1 dicembre è stata ricordata dai governi, dalle istituzioni e dalle associazioni di tutto il globo la Giornata Mondiale contro l'AIDS. Perché questa ricorrenza viene celebrata tuttora? Perché, nonostante la sempre maggiore diffusione di campagne di prevenzione ed informazione, regna ancora una forte ignoranza sul tema dell'HIV, spesso riflessa nello stigma sociale vissuto dalle persone sieropositive di tutto il mondo. 

In questo articolo, noi del team di Ihealthyou cercheremo non solo di sfatare i principali miti su AIDS e HIV, ma anche capire quali sono stati i passi avanti fatti negli ultimi anni dalla ricerca per quanto riguarda prevenzione, cura e prospettive di vita per i pazienti affetti dal virus.

Questi sono gli argomenti di cui parleremo in questo articolo:

1. Cosa è l'HIV e cosa comporta? HIV o AIDS sono la stessa cosa? Quando l'HIV diventa AIDS?

2. Come si trasmette l'HIV? Quando si diventa contagiosi? Chi colpisce e chi è più a rischio?

3. Quali sono i primi sintomi dell'HIV? Come si scopre di avere l'HIV? Dove e quando fare il test?

4. Come prevenire l'HIV e l'AIDS? PreP, PEP, preservativo e terapia

5. Come curare l'HIV? Come si vive da sieropositivi nel 2019?

6. Quali nuove terapie per HIV e AIDS si stanno studiando?

7. Lo stigma verso le persone sieropositive: riflessioni conclusive su HIV e AIDS

 

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1. Cosa è l'HIV e cosa comporta? HIV o AIDS sono la stessa cosa? Quando l'HIV diventa AIDS?

Partiamo col chiarire questo punto: HIV e AIDS non sono assolutamente la stessa cosa, nonostante vengano spesso confusi

Con HIV infatti si indica il virus che infetta la persona, che viene dunque definita sieropositiva. Con un adeguato controllo e le terapie indicate, una persona potrebbe non passare mai dallo stato di sieropositività a quello di malattia conclamata.

Quando il virus, che è responsabile dell'indebolimento delle difese immunitarie, riesce a riprodursi nell'organismo fino a renderlo tanto vulnerabile che anche malattie comuni come tosse e raffreddore possono facilmente trasformarsi in polmonite o causare patologie mortali si parla di AIDS, sindrome da immunodeficienza acquisita. 

 

2. Come si trasmette l'HIV? Quando si diventa contagiosi? Chi colpisce e chi è più a rischio?

Occorre essere molto chiari a riguardo: l'HIV non si trasmette attraverso il contatto o lo scambio di saliva. In altre parole, non si contrae l'HIV baciando, abbracciando, condividendo le posate o gli asciugamani di una persona sieropositiva. 

L'infezione si trasmette solo da una persona che l'ha già contratta ad un'altra, mai attraverso degli oggetti o un contatto. Ma come si contrae l'HIV?

  • Attraverso rapporti sessuali non protetti con persone sieropositive;
  • attraverso il contatto di sangue attraverso oggetti acuminati (siringhe usate, rasoi) o una trasfusione di sangue infetto;
  • attraverso l'allattamento, il parto o la gravidanza se la madre è sieropositiva.

Il contagio avviene infatti attraverso il sangue, le secrezioni vaginali, il liquido seminale e il latte materno di persone sieropositive, i quali possono contenere quantità di virus sufficienti ad infettare altre persone.

Ma è sempre così? In realtà no: se una persona sieropositiva assume con regolarità e secondo le indicazioni di una terapia personalizzata, creata da un medico specialista, farmaci anti-retrovirali può ridurre a tal punto il livello del virus nel sangue da non poterlo più trasmettere. 

Una carica virale non rilevabile significa infatti impossibilità di contagio: molte campagne di sensibilizzazione nazionali e internazionali ribadiscono appunto tale concetto attraverso lo slogan Undetectable = Untrasmittable. 

Molto importante ricordare, inoltre, che l'HIV, spesso associato erroneamente esclusivamente alla comunità omosessuale maschile e al consumo di droga, è un virus che non "fa discriminazioni": colpisce indifferentemente persone di ogni orientamento, età, estrazione sociale, stile di vita o abitudini.

 

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3. Quali sono i primi sintomi dell'HIV? Come si scopre di avere l'HIV? Dove e quando fare il test?

Non esistono sintomi specifici dell'HIV, ma già in un periodo che va da una a quattro settimane dopo l'infezione è possibile riscontrare nella maggioranza dei pazienti febbre, eruzioni cutanee, infiammazioni alla gola, candidosi orale, ghiandole gonfie (linfoadenopatie), mal di testa, affaticamento e dolori articolari e muscolari.
 
In questa fase dell'infezione, detta infezione acuta primaria, è il sistema immunitario dell'intestino a subire il danno più consistente. Il virus, che può tuttavia inizialmente presentarsi in maniera asintomatica, risulta infatti particolarmente attivo e pericoloso: il numero di particelle virali circolanti nel sangue è in questa fase spesso molto elevato.
Per questo motivo sono le persone in questo momento iniziale dell'infezione, spesso ignare della propria situazione, a trasmettere maggiormente il virus.
 
Scoprire di avere l'HIV partendo solo da questi sintomi, anche se combinati, è impossibile: l'unica modalità di diagnosi corretta è il test, o meglio i test
 
Il test dell'HIV con metodo ELISA rileva infatti il numero di anticorpi anti-HIV prodotti dal corpo nella fase di "sieroconversione": per reagire alla rapida replicazione del virus, l'organismo dà infatti origine a numerosi anticorpi anti-HIV.
 
Tuttavia, occorre tenere presente che nelle prime tre o quattro settimane dopo il contagio il test di screening per la sola ricerca di anticorpi anti-HIV potrebbe non risultare ancora positivo. Per questo è utile ricorrere a test combinati che rilevano contemporaneamente gli anticorpi anti-HIV e l'antigene virale, denominato p24.
 
Anche in questo caso però può risultare necessario attendere fino a quattro settimane dal contatto a rischio prima che gli anticorpi siano rilevabili dal test e in caso di test negativo è bene ripeterlo nuovamente dopo tre mesi, per aver conferma della negatività. Questo periodo in cui gli anticorpi non sono percettibili si chiama "finestra immunologica". Per poter procedere con la diagnosi di HIV occorre ricorrere ad altri test come la PCR qualitativa o quantitativa di HIV su plasma o su linfociti.
 
Dove fare il test dell'HIV? Un primo test può essere eseguito, gratuitamente e in modo sicuro, anche non in ambiente ambulatoriale od ospedaliero presso checkpoint, associazioni come i circoli locali di Arcigay, oppure anche a casa propria, acquistando il kit per il test rapido in farmacia. 
 
 

4. Come prevenire l'HIV e l'AIDS? PrEP, PEP, preservativo e terapia

Fortunatamente, attualmente sono numerose le "armi" che possiamo utilizzare per prevenire HIV e AIDS, soprattutto per quanto riguarda i rapporti a rischio. Lo strumento principe rimane il preservativo, femminile e maschile, facilmente acquistabile nelle farmacie e nei supermercati. 

Oltre a questo sono stati sviluppati due tipi di trattamento: la PrEP e la PEP. Di cosa si tratta?

La PEP o PPE, acronimo di "Profilassi Post-Esposizione", è un trattamento di breve periodo effettuato con farmaci antiretrovirali dopo un contatto a rischio per ridurre le possibilità di infezione. Viene effettuato entro e non oltre le 48 ore dall'esposizione al virus. La profilassi ha la durata di quattro settimane e implica un monitoraggio costante della tolleranza del paziente. Dove richiedere la PEP? La PEP può essere prescritta dal medico di una struttura specializzata in HIV e AIDS e dal medico di pronto soccorso.

Occorre comunque tener presente che il rischio di trasmissione dopo un singolo contatto non protetto è basso e che è confermata universalmente la non trasmissibilità del virus da parte di persone sieropositive in terapia e con carica virale irrilevabile.

La PrEP consiste, invece, nell'assunzione di medicinale per prevenire l'infezione, ovvero prima di un rapporto a rischio. La profilassi è composta dall'associazione in un'unica compressa, detta Truvada, di due medicinali, ovvero Tenofovir DF ed Emtricitabina. La PrEP può essere acquistata in una farmacia territoriale, su prescrizione di un medico infettivologo e con pagamento di persona. Acquistare questi farmaci senza ricetta, online o da Paesi esteri, è assolutamente illegale in Italia.

In ogni caso nelle Linee Guida Italiane sull'utilizzo dei farmaci antiretrovirali, fornite dal Ministero della Sanità si precisano le indicazioni, gli esami di base e i controlli per l'esposto, i regimi di profilassi e i regimi consigliati.

 
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5. Come curare l'HIV? Come si vive da sieropositivi nel 2019?

Sfatiamo questo mito: nonostante l'HIV e l'AIDS siano indissolubilmente legati nell'immaginario collettivo alle grandi epidemie degli anni '80, nel 2019 una diagnosi di HIV non è più sinonimo di morte certa. Ovviamente occorre intervenire il prima possibile, prima che l'infezione entri in AIDS.

Sempre a causa di un immaginario ancora saldamente radicato negli anni '80, si è soliti pensare alla terapia con farmaci anti-HIV come ad una terapia ad alto dosaggio con effetti collaterali molto pesanti: il richiamo più immediato è infatti quello al farmaco zidovudina (AZT), attualmente sempre meno usato. 

Oggi, invece, la ricerca farmacologica, in continua evoluzione, ha fatto passi da gigante: è infatti possibile scegliere tra oltre 30 farmaci diversi in opportune combinazioni.

L'uso contemporaneo di più farmaci che agiscono diversamente è alla base della terapia anti-retrovirale combinata (Highly Active Anti-Retroviral Therapy – HAART o combined Anti-Retroviral Therapy -  cART) che rende possibile ottenere un efficace effetto antivirale con una riduzione degli effetti collaterali dei farmaci usati a dosi relativamente più basse.
La terapia combinata deve essere effettuata quotidianamente per un periodo prolungato e rende necessario tenere conto delle caratteristiche individuali della persona e della tollerabilità verso i diversi farmaci impiegati nella combinazione.

Seguendo con criterio e regolarità un'adeguata terapia antiretrovirale personalizzata, è assolutamente possibile convivere con la condizione di sieropositività senza particolari stravolgimenti. L'aspettativa di vita di una persona HIV+ sta rapidamente raggiungendo quella di una persona sieronegativa. 

 

6. Quali nuove terapie per HIV e AIDS si stanno studiando?

Negli ultimi anni il virus dell'HIV è diventato oggetto di numerosi studi, che spaziano dall'infettivologia all'ingegneria genetica. Gli obiettivi degli studi più recenti e che mirano ad un miglioramento delle terapie già nel prossimo futuro sono però ridurre il numero di farmaci da assumere ogni giorno e di conseguenza favorire l'aderenza alle cure, ma anche sviluppare trattamenti per le persone con Hiv che ancora non rispondono bene alle terapie disponibili.

Nel giugno 2019, a Milano, in occasione dell'11° edizione del Congresso ICAR (Italian Conference on Aids and Antiviral Research) sono state presentate le principali novità sulla ricerca sull'HIV. 

Un traguardo importante degli ultimi anni è stata l'introduzione della triterapia, in grado di avvicinare notevolmente l'aspettativa di vita delle persone sieropositive a quella delle persone sieronegative (ovvero non HIV+). Un ulteriore passo avanti, anche in relazione al miglioramento della qualità di vita delle persone HIV+ è rappresentato dal regime a due farmaci, ancora in fase di test. Si prospetta in futuro addirittura l'assunzione dei due farmaci per via intramuscolare ogni uno o due mesi.

I recentissimi risultati degli studi GEMINI sembrano far ben sperare: il regime a due farmaci (2DR) con Dolutegravir e Lamivudina non ha evidenziato carenze, o limiti di sicurezza ed efficacia, rispetto alla triterapia.

"Oggi abbiamo l'opportunità di avere un'iniezione ogni due mesi. Significa che non mi dimenticherò più di prendere i farmaci, che sarà sicuro per me stessa e per l'altro. Questa è la cosa innovativa" commenta Rosaria Iardino, presidente della Fondazione The Bridge e tra le prime persone sieropositive pubblicamente dichiarate in Italia.

La ricerca è tuttavia ancora in continua evoluzione: da quasi trent'anni è in fase di studio un vaccino per l'HIV-1, che rimane tuttora però un obiettivo ancora lontano. Altri studi in corso riguardano la riduzione degli effetti collaterali dei farmaci, l'ulteriore semplificazione delle terapie farmacologiche e la determinazione di strategie per gestire la resistenza alla terapia. 

Molto noto e studiato inoltre il caso di Timothy Ray Brown, il famoso "paziente di Berlino", che conviveva da più di dieci anni con una diagnosi di leucemia e con l'infezione da HIV. In seguito ad un trapianto sperimentale di midollo osseo è stata osservata la scomparsa del virus dell'HIV dal suo sangue, anche dopo l'interruzione della terapia antiretrovirale. Nel 2010, tre anni dopo l'operazione, Brown era ancora privo di tracce rilevabili di HIV: un caso più unico che raro, dati anche gli alti rischi di mortalità legati a questo tipo di trapianti e la difficoltà nel trovare donatori disponibili.

 

7. Lo stigma verso le persone sieropositive: riflessioni conclusive su HIV e AIDS

Il mondo pare essere molto cambiato negli ultimi decenni per le persone sieropositive. Su un unico fattore sembra però che non ci siano stati grandi passi avanti: lo stigma vissuto dalle persone HIV+ nel 2019 è ancora fortissimo. 

Nonostante le campagne di sensibilizzazione e di prevenzione cerchino di essere sempre più diffuse, inclusive e propositive, le persone contagiate dal virus vengono ancora spesso percepite quasi come "untori". Anche comunità che non sono mai state particolarmente ostili alle persone HIV+, come quella omosessuale, sono dominate da un forte senso di esclusione e pregiudizio.

In un recente reportage di Internazionale, il giornalista Samuele Cafasso ha documentato questo atteggiamento diffuso scrivendo: "Tutte le persone sieropositive con cui ho parlato mi hanno detto di sentire un forte stigma sociale, misto a paure irrazionali, nei loro confronti."

Nell'articolo ricorrono spesso, nelle voci riportate dei conoscenti sieronegativi degli intervistati, parole taglienti come "appestato" e "colpa", mentre in quelle degli interlocutori di Cafasso espressioni di desolazione come "ignoranza della gente" e "nascondere". 

Come riferisce Cafasso, si tratta quasi esclusivamente di pregiudizi: "Marco (...) oggi afferma di sentirsi più sicuro facendo sesso non protetto con il suo partner sieropositivo che 'avendo un rapporto con una persona che mi dice di aver fatto i test, magari quattro mesi fa e dice di essere sieronegativa'”.

Per quanto sembri dunque difficile rompere barriere e cambiare modo di pensare, nel 2019 si rende più necessario che mai ripensare ai nostri pregiudizi nei confronti di questo virus.

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