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7' di lettura

Venerdì 6 novembre: da oggi l’Italia è suddivida in tre aree di rischio, gialla arancione e rossa. Il 3 novembre scorso, infatti, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha firmato un nuovo DPCM recante ulteriori misure più o meno stringenti in base ai diversi scenari di rischio previsti per ogni specifica Regione.

Come ha spiegato il Presidente del Consiglio, l’inserimento delle Regioni nelle varie aree è avvenuta a seguito di una valutazione oggettiva dei coefficienti di rischio i quali derivano dalla combinazione di 21 diversi parametri all'esito del monitoraggio periodico effettuato congiuntamente dall'Istituto Superiore di Sanità, dal Ministero della Salute e dai rappresentanti delle Regioni e condiviso con il Comitato tecnico scientifico.

Di conseguenza l'assegnazione di queste categorie di rischio potrà essere suscettibile a cambiamenti nel corso dell'evoluzione della curva epidemica e sarà sempre ad essa adeguata e proporzionata.

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Come riporta il Sole24Ore nell’articolo “Nuovo DPCM in vigore, la differenza tra lockdown di marzo e zone rosse di oggi”, confrontando le nuove soluzioni previste dal Decreto del 3 novembre con quelle adottate per gestire la prima ondata di contagi, è evidente che le misure attualmente in vigore sono meno stringenti. Ciò deriva dal fatto che, un lockdown totale avrebbe avuto conseguenze negative su un’economia che, secondo le stime del governo, registrerà quest’anno un arretramento del PIL del 9%.

 

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Ma quindi quali sono le maggiori differenze tra le diverse aree di rischio?

Innanzitutto, individuiamo qual è ad oggi la suddivisione delle Regioni nelle varie zone gialla, arancione e rossa.

Nella zona rossa sono ricomprese: Abruzzo, Basilicata, Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Marche, Molise, Province di Trento e Bolzano, Sardegna, Toscana, Umbria, Veneto.

Nell'area arancione: Puglia, Sicilia.

Nell'area rossa: Calabria, Lombardia, Piemonte, Valle d'Aosta.

Possiamo inoltre distinguere tre principali differenze tra le diverse zone segnalate:

  • Tra “coprifuoco” e spostamenti vietati:

Nelle aree rosse è vietato ogni spostamento anche all’interno del proprio comune in qualsiasi orario salvo per motivi di lavoro, necessità e salute. In questi casi sarà sempre necessaria l'autocertificazione.
Nelle zone arancioni invece sono vietati gli spostamenti tra regioni e tra comuni mentre sarà possibile muoversi all’interno del territorio di residenza, domicilio o abitazione.
Nelle aree gialle invece è previsto il “coprifuoco” dalle ore 22.00.

  • La scuola:
Gli asili e la scuola elementare saranno aperti in tutte e tre le aree. Le scuole medie saranno in presenza solo nelle zone gialla e arancione mentre nelle zone rosse anche la seconda e la terza media avranno la didattica a distanza.


  • Bar e ristoranti:

Nella zona gialla i bar e ristoranti saranno aperti fino alle 18 mentre nelle altre due aree è prevista una chiusura 7 giorni su 7 ma rimane consentito l'asporto fino alle ore 22.00.

>> Per maggiori dettagli sulle restrizioni previste per le diverse aree puoi consultare la pagina ufficiale del Governo italiano

 

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Come scrive Lorenzo Salvia, giornalista del Corriere della Sera, nell’articolo di oggi, sono numerose le perplessità in merito alla definizione delle aree di rischio e sono altrettanto diffuse le critiche mosse alle Regioni per un problema di completezza dei dati necessari per prendere decisioni precise ed efficaci.

Ma ciò non può distogliere l’attenzione dalla situazione critica in cui ci troviamo.

La seconda ondata sta portando a numeri allarmanti. Proprio oggi è stato raggiunto un nuovo record assoluto di contagi pari a 34.505, il numero più alto dall’inizio della pandemia.

Lo stesso Andrea Gori, primario di Malattie infettive del Policlinico di Milano, conferma che gli accessi ai pronto soccorsi sono continui e, rispetto alla scorsa primavere, chi ha contratto il virus ma ha condizioni per cui riesce a gestire la malattia, rimane a casa.

>> Per leggere l’articolo completo di Andrea Galli sulla situazione dei pronto soccorsi segui questo link

 

Come spiega Gori, la situazione è molto critica anche a Milano:

Milano, metropoli di quasi un milione e mezzo di abitanti, ha problemi diversi rispetto alla provincia: oltre alla densità abitativa, ci sono i ritmi della vita sociale. Non può diventare la Bergamo di marzo perché le moltiplicazioni dei fattori non consentirebbero di reggere


Andrea Gori, primario di Malattie infettive del Policlinico di Milano

 

#Insieme contro il Coronavirus

 

È evidente quindi che ci troviamo in una fase estremamente delicata, nella quale le curve di contagio da Covid-19 continuano a crescere ma al contempo e in modo inversamente proporzionale, il livello di accesso alle cure, soprattutto per chi ne ha bisogno, scende.

Di conseguenza è importante domandarsi come i pazienti cronici stanno affrontando questa situazione e quali sono le loro paure e preoccupazioni.

Nonostante le strutture del SSN stiano vivendo forti difficoltà, il mondo della cronicità non può essere trascurato soprattutto in Italia dove, secondo l’Osservatorio Nazionale sulla Salute, nelle Regioni italiane quasi il 40% della popolazione, ovvero 24 milioni di persone, soffre di una patologia cronica. In più, di questi 24 milioni di pazienti, 12,5 milioni hanno una multi-cronicità.

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Ad oggi sia a livello nazionale che regionale, l’attenzione è focalizzata sull’individuazione di soluzioni per far fronte al burn-out del sistema a causa dell'emergenza sanitaria. Ad esempio in Campania, si sta pensando di convertire i Policlinici in Centri Covid-19, per riservare alle altre patologie tutte le strutture con pronto soccorso.

Ciò però rischia di compromettere la qualità di salute e di vita dei pazienti cronici con conseguenti aggravi su liste d’attesa e costi per il SSN e per i pazienti, dovuti alla mancata aderenza ai piani terapeutici. I pazienti con cronicità gravi come ad esempio Malattia di Crohn e Colite Ulcerosa non possono essere abbandonati ma hanno bisogno di continuare il loro percorso di cura con il medico di riferimento e il relativo team multidisciplinare e di avere accesso alle strutture ospedaliere per la somministrazione dei farmaci previsti dal piano terapeutico.

 

Come afferma Antonio Gaudioso, Segretario Generale di Cittadinanzattiva, nonostante sia necessario mettere in campo delle soluzioni per contrastare la diffusione del nuovo coronavirus, non si possono però trascurare le esigenze dei pazienti cronici e rari o di coloro che sono in attesa di una diagnosi. Innanzitutto perché, dall’esperienza di marzo, abbiamo visto come questo approccio ha portato a una lievitazione delle liste d’attesa e conseguentemente a mancate cure. Inoltre, secondo uno studio dell’Università di Bologna, i dati dimostrano una crescita di mortalità per patologie croniche e allo stesso tempo la mancata presa in carico dei pazienti oggi genererà numerosi problemi sanitari nei prossimi mesi.

 

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Ciò che emerge però è che non si tratta solo di un problema legato a tempi d’attesa e al carico di accumuli per il sistema sanitario, ma la vera difficoltà sta nel fatto che il ridotto accesso alle cure ha inciso in maniera pesante sulla condizione già fragile e precaria di chi convive con patologie croniche.

Infatti, in una recente ricerca condotta dall’Osservatorio APMARR in collaborazione con l’istituto di ricerca WeResearch è emerso come più di 4 persone su 10 hanno vissuto durante il periodo dell’emergenza un peggioramento della propria condizione di salute.

 

Con l’emergenza Covid-19 per noi pazienti cronici non cessano né rallentano le 

sofferenze fisiche e psicologiche, le necessità di cure, controlli e contatto con i medici specialisti e neppure diminuiscono le necessità di accedere a una tutela della salute che non può essere sospesa. E tanto meno può esserlo di nuovo

Antonella Celano, Presidente Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare – APMARR APS 

 

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È proprio dalle richieste dei pazienti che nasce l’appello alle Istituzioni nazionali, regionali e ai decisori della sanità da parte delle associazioni Amici Onlus, Cittadinanzaattiva, ANMAR, APMARR e APIAFCO che rappresentano persone con patologie croniche dell’apparato intestinale, muscolo scheletrico e del derma.

L’obiettivo è di trovare delle soluzioni che possano permettere di gestire efficacemente la pandemia da Covid-19 e insieme garantire la continuità delle cure ai pazienti con malattie croniche.

Come spiega Silvia Tonolo, Presidente di ANMAR, con impegno e determinazione è stato possibile far sottoscrivere ad alcuni parlamentari una lettera finalizzata all'avvio di interrogazioni parlamentari urgenti per far fronte alle richieste dei pazienti come ad esempio:

  • attivare i servizi legali alla telemedicina
  • garantire la continuità terapeutica
  • assicurare ai lavoratori fragili la possibilità di fruire di periodi di malattia prolungati
  • prevedere autocertificazioni per la visita dei congiunti alle persone affette da patologie croniche
  • considerare i caregiver come persone che si dedicano ai loro familiari congiunti anche attraverso permessi speciali
  • attuare una rete integrata ospedale territorio per il trattamento del dolore cronico non oncologico

 

Come dimostra l'impegno delle Associazioni di pazienti cronici, la salute è un diritto e in quanto tale non si possono non prendere in considerazione i timori e le preoccupazioni di cittadini con serie condizioni fisiche ma anzi bisogna supportarli e garantire loro un servizio di assistenza sufficiente per continuare ad avere una buona qualità di vita anche durante l'emergenza sanitaria.

Concludiamo quindi con il pensiero di Antonio Gaudioso che ha sintetizzato in una frase il messaggio chiaro e deciso dei pazienti cronici:

 

Giusto mettere in campo misure per il contenimento del Covid-19 ma non impediamo ai cittadini di curarsi

Antonio Gaudioso, Segretario Generale di Cittadinanzattiva

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