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6" di lettura

 

Il Dolore profondo non si può toccare, porta i segni sul corpo e lacera l’anima.

 

Di Anoressia, bulimia e obesità, si può morire. Sono disagi profondissimi che lacerano la vita di chi ne soffre e di chi ne è accanto.

Uscirne non è semplice, occorre un lungo e faticoso lavoro che ponga luce sugli eventi di vita dolorosi, molto spesso traumatici, sulle dinamiche relazionali disfunzionali, sul lutto, sul maltrattamento, sull’abuso, sulle violenze, sul profondo sentimento di vuoto, solitudine, sul senso di inadeguatezza e disvalore che caratterizza fortemente le storie di chi sviluppa tali disagi.

In questo articolo parleremo di:

1. Anoressia

2. Bulimia

3. Obesità

 

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Questi disagi possono essere assimilati a delle vere e proprie dipendenze. Dipendenze non da sostanze.

Numerose ricerche scientifiche hanno evidenziato come in presenza di tali disagi si attivino le stesse aree cerebrali, le stesse connessioni che caratterizzano le dipendenze da sostanze. Allo stesso modo, anche a livello clinico ne riconosciamo gli stessi segni, sintomi e dinamiche.

La sostanza da cui si dipende è il cibo.

È sconvolgente. La sostanza è facilmente fruibile, abbiamo accesso in qualsiasi momento al cibo, possiamo ottenere la sostanza, senza alcun sforzo. Nulla è illegale.

In questi disagi vi è l’impossibilità di fare a meno del cibo, della sostanza appunto, vi è un bisogno incoercibile di ricercarla a qualunque costo. Tali situazioni divengono patologiche quando il soggetto, oltre alla perdita di controllo, sperimenta la ricerca di una gratificazione immediata a discapito delle conseguenze deleterie, ricerca una soluzione immediata che permetta di non sentire più il dolore.

Il soggetto si perde nella ricerca spasmodica di cibo, nell’utilizzo del cibo, in un comportamento compulsivo alla ricerca di un piacere sempre più forte. Ciò da vita ad una spirale in cui ci si perde, in cui il soggetto perde la propria identità ed è travolto da sensi di colpa e ripetizioni coatte, assieme a potenti sentimenti di svuotamento.

Il cibo e il corpo divengono mezzi di espressione di una sofferenza nel rapporto con sé e con gli altri.

 

Espressione-corpo-malessere

 

Anoressia, bulimia e obesità utilizzano il corpo ed il cibo in modo differente:

1. Anoressia

L’Anoressia si manifesta con una riduzione drastica dell’alimentazione e del peso corporeo. Si persegue un ideale di perfezione irraggiungibile, così come di magrezza irraggiungibile ed insostenibile.

La fame viene negata ed ogni momento della giornata viene riempito dal calcolo ossessivo delle calorie, da un costante e ripetitivo controllo del proprio peso corporeo.

Nonostante la magrezza estrema e la sofferenza di un corpo moribondo, le persone che soffrono di questo disagio non riescono a vedersi per ciò che sono: l’immagine riflessa nello specchio mente. Il corpo viene percepito sempre come grasso, generando un profondo senso di inadeguatezza.

Per cercare di alleviare tale sentimento, vengono messi in atto dei comportamenti compensatori, come l’ulteriore riduzione calorica o l’estrema attività fisica. Tuttavia, dietro tale negazione del cibo e della fame, vi è una disperata bramosia di tutto ciò che viene negato.

Le persone che soffrono di anoressia, in realtà, hanno fame. Hanno fame di tutto.

Di relazioni.

Di affetti.

Di emozioni.

Avere a che fare con tutto ciò, è però, insostenibile, per cui si rifiuta tutto, generando un’illusoria autonomia da ogni bisogno e desiderio. Ciò genera un potente sentimento di forza ed onnipotenza.

L’anoressia è un disperato grido, un modo per diventare visibili rendendosi fisicamente invisibili.

2. Bulimia

La Bulimia può esser vista come un buio e profondissimo pozzo da riempiere.

Uno dei sentimenti che accompagna la bulimia è un profondo senso di vuoto. Vuoto incolmabile, disperato, infinito.

Le persone che soffrono di bulimia provano a rispondere a questo enorme sentimento di vuoto attraverso l’abbuffata, attraverso l’ingestione compulsiva di spasmodiche quantità di cibo che vengono eliminate attraverso condotte compensatorie come il vomito auto-indotto o l’utilizzo inappropriato di farmaci quali diuretici e lassativi, attività fisica massacrante.

Tale rituale viene ripetuto anche più volte al giorno.

Si mangia e si vomita tutto e tutti.

La sofferenza che accompagna tale disagio porta i segni distintivi della specifica persona, della sua storia. La portata di tale rituale sta proprio nel fatto che esso permette al soggetto di esprimere, di dar voce a tutto ciò che ha taciuto. Emozioni, parole, pensieri, vissuti repressi.

 

Un modo illusorio di dar voce a sé stessi, un tentativo illusorio di definire, trovare sé stessi, di costruirsi la propria bolla, il proprio spazio in cui nessuno può entrare.

 

E se l’altro non può entrare, allora non può far male.

Diviene il tentativo di rispondere alla propria sofferenza, al male di vivere, un tentativo di compensare le esperienze traumatiche di cui si è stati o si è vittime. La bulimia si lega fortemente con i vissuti di vergogna e di disprezzo verso di sé.

Spesso anoressia e bulimia si alternano ciclicamente. L’una è l’altra faccia della medaglia dell’altra.

La privazione di tutto cede all’istinto di sopravvivenza e al bisogno incolmabile di tutto.


3. Obesità

Chi soffre di Obesità porta degli importanti ed evidenti segni sul corpo.

Si assumono grandi quantità di cibo, spesso scelti con cura, senza che vi siano delle condotte compensatorie. Alle grandi abbuffate non segue quindi, per esempio, il vomito auto-indotto.

L’obesità rappresenta un importante disagio psicologico che spesso ha esordio sin dall’infanzia. Tale disagio è accompagnato dalla derisione e dal luogo comune che vede nella persona obesa una persona golosa, incapace di controllarsi, svogliata, pigra, trasandata, trascurata.

La condizione dell’obesità suscita odio e disprezzo, appare come una scelta e non come una patologia.

Vi è un fortissimo stigma sociale. Lo stigma sociale, assieme ai falsi miti, alle credenze e all’importante disinformazione, comporta la presa in carico di tale disagio solo dal punto di vista medico- organico.

Tuttavia tale disagio cela enormi vissuti depressivi, di vergogna, lutti e traumi importanti.

Anche qui il corpo porta i segni della storia individuale, l’adipe spesso costituisce un’importante barriera che il soggetto sente necessaria e vitale, una barriera che separa sé dall’altro, dalle emozioni e dalle relazioni. Tale barriera diviene l’unica soluzione pensabile e possibile che permette di vivere.

 

 

Si tratta, dunque, di condizioni cliniche molto complesse che non possono essere trattate seguendo protocolli o modalità identiche per tutti.

Bisogna pensare ad un processo di cura ad hoc, che non possa prescindere dalle esperienze individuali, dalle storie di ogni individuo che sceglie il cibo come soluzione anestetizzante al proprio dolore.

 

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Giuliana Lobascio
Autore

Giuliana Lobascio

Formazione: Mi laureo in Psicologia Clinica, della Salute, delle relazioni Familiari e degli interventi di Comunità presso l'università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Proseguo la mia formazione presso la Scuola Sistemica Mara Selvini Palazzoli di Milano. In continua formazione presso diversi Centri pubblici e privati, conseguo la formazione E.M.D.R. per il trattamento del Trauma. Corso di formazione Clinica psicodinamica dell’anoressia – bulimia, dell’obesità e delle nuove dipendenze presso il Centro ABA di Milano. Esperienza: Oltre all'attività di libero professionista che esercito presso il mio studio privato, collaboro da diversi anni con il Centro ABA, Associazione Anoressia e Bulimia di Milano, per il trattamento del Disagio Alimentare e del Trauma. Mi occupo di Coppie, Famiglie e Bambini che affrontano momenti difficili e di stallo evolutivo. Collaboro con il CPS di Corso Plebisciti e con il reparto di Pediatria dell'Ospedale Fatebenefratelli di Milano. Per diversi anni ho esercitato la professione nel campo dell'immigrazione e come Psicologo Fuori Studio, progetto che si occupa del grave disagio e del ritiro sociale. Ho condotto due progetti di ricerca sperimentale focalizzati sul Disagio Alimentare. Oltre all'attività Clinica mi occupo di prevenzione nelle scuole.

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